Antonio SantoriAllenatore, Sognatore e Combattente per la Pace

 

 

Hebrew

 

 

 

Stefano di Martino: Il Piccolo Grande Uomo d'Israele (1988)

 

Dani Biran: I fondisti (1988)

 

Michal Peleg: Santori corre contro corrente (1995)

 

Golan Hazani: Scalza all'ombra dei razzi Katiusha (1996)

 

Di Gian Pietro Bottà e Antonio Santori: Per le Strade di Hebron (1999)

 

Nir Yahalom: "Le azioni che ho compiuto lasceranno una traccia" (2002)

 

Giorgio Lacchin: Storia di Antonio, l'allenatore dei beduini (2003)

 

Giorgio Pogliano: La lunga corsa di Antonio da parà a coach per portare in pista beduine e musulmane (2007)

 

Alessia Barbiero: Correre sul mare della Galilea tra Storia, miti e leggende (2009)

 

 

 

 

Naama & Maja, daughters, IDF, January 2009

 

 

 

Correre sul mare della Galilea tra Storia, miti e leggende

 

testo di Alessia Barbiero

foto di Giulia Cipriani

X.RUN Storie di Corsa, Gigno 2009

              

Credere o meno nella religione è una questione personale. Pensare che Gesù lì sia stato battezzato, che in quel fiume sia andato a pescare con Pietro e gli altri apostoli è una libera scelta. Non si può dire se sia o no merito di Dio (o di chi per esso), fatto sta che in Galilea qualcosa di magico esiste. In un paese dalla storia complessa e travagliata, in una terra dal presente sempre segnato da conflitti ideologici e religiosi, in una zona contesa tra arabi e ebrei e dove gli eserciti di tutto il mondo puntano a mettere il dito e dire la propria (aumentando di conseguenza i conflitti), può succedere qualcosa di incredibile.

 

Può capitare di vedere correre per le vie della città, o lungo le rive del lago di Tiberiade, noto anche come il mare salato della Galilea, una donna araba, senza burqua ma con tanto di pantaloncini corti e cosce al vento. Può capitare di trovare arabi e ebrei darsi man forte, consigliarsi a vicenda sul ritmo da tenere in curva oppure sostenersi nei momenti in cui la fatica è tanta e la voglia di fermarsi prende il sopravvento. Potete chiamarlo miracolo o stranezza. Fede e coincidenza. Nella terra impura, così definita dagli ebrei che in un primo momento non vollero occuparla, questo accade.

 

Da trentatré anni a Tiberiade si corre una delle maratone più suggestive della storia del podismo internazionale e sono in tanti che, abbandonati gli scetticismi del recarsi in un luogo sempre al centro delle cronache politiche, si recano là per correre. E tra le file, runner di ogni credo, di ogni fede o di ogni miscredenza. Tutti uniti e tutti amici, come raramente si vede in quel luogo. Fatalismi a parte, tutto ciò qualcosa vorrà pur dire.

 

Territorio e tradizioni

 

New York, Barcellona, Berlino... certo Tiberiade non corrisponde alla maratona standard, non è di certo quella più ambita nè tanto meno la più conosciuta dai runner esperti o alle prime corse. Ma un primato ce l'ha e non da poco. «Perchè venire a correre questa maratona? Beh, semplice: si tratta della maratona più bassa del mondo, circa 280 metri sotto il livello del mare», spiega Antonio Santori, nativo della Sabina ma ormai "adottato" da Israele, dato che lì vive da più di 40 anni. Se c'è qualcuno che di questa maratona va fiero è proprio lui.

 

Un po' perché è quasi farina del suo sacco. È lui che ha avvicinato gli israeliani alla corsa, è lui che si è battuto per far gareggiare le giovani donne della minoranza araba ed è lui che ha allenato i beduini dei kibbutz portando l'atletica a disciplina sportiva in quella terra teocratica e sciovinista dove fino a soli 40 anni fa la corsa era impensabile.

 

«E poi - aggiunge - qui si possono ammirare le terre di cui si parla nei libri religiosi, la maratona passa a solo 500 metri di distanza dal luogo ove é stato battezzato Gesù. Si tocca con mano la Storia. Non sono questi due buoni motivi?». A questo si aggiunge il fatto che nonostante si svolga in un paese di recente formazione (l'attuale Stato di Israele, sorge nel '48, al termine del mandato britannico della Palestina), la maratona di Tiberiade è considerata una delle più datate maratone del mondo e per molto tempo è stata l'unica corsa concessa nello Stato di Israele.

 

Il 7 gennaio si correrà la sua 33esima edizione, che vanta tanto successo rispetto a quella primordiale del 1976. All'epoca la competizione ospitò solo 97 corridori, 79 dei quali la portarono a termine. Oggi può esibire una sfilza di partecipanti (oltre mille) che rappresentano più di 20 paesi del mondo. Per la gente del posto è la maratona per eccellenza. È la competizione che ha consacrato alla corsa i beduini che vivenano nei kibbutz.

 

 «Tutto è nato per caso - racconta Santori - Ho sempre corso anche quando ero in Italia e quando sono venuto qui ho iniziato a farlo. Avevo fondato il mio kibbutz Adamit, nel nord del paese, e ogni tanto uscivo a correre all'aperto. Piano piano mi sono accorto che i ragazzini mi seguivano, correvano con me, così ho iniziato ad allenarli.

All'inizio senza nessun titolo, poi ho deciso che dovevo fare le cose fatte bene, ho seguito un corso da allenatore ed ho incominciato questa avventura».

 

La maratona di Tiberiade suona quasi come un riconoscimento del suo lavoro.

Alcuni giovani atleti della sua scuola volano ora anche fuori dai confini nazionali, recandosi nelle grandi città europee e non solo. E alcuni vincono.

 

Come Amal Abdallah di Mizhra, la prima campionessa araba che ha trionfato nell'88 e che nella sua lunga carriera si è aggiudicata ben 91 medaglie in giro per il mondo. «Ma non è sempre stato facile - racconta - c'è stato bisogno di scontrarsi con una cultura tanto diversa dalla nostra. Convincere le giovani donne  a correre è sradicarle dalla loro tradizione e di conseguenza sradicare la loro famiglia. È stato intraprendere una rivoluzione culturale. Ora sorrido se penso a quello che ho ottenuto. Parlo con i padri di alcune ragazze per  convincerli a farle viaggiare per maratone all'estero e mi capita che mi rispondano "Antonio, con te fino all'inferno". C'è una gran soddisfazione nel sentirsi dire questo».

 

È nella maratona che si svolge in loco tutto diventa vero, reale, sotto gli occhi  di tutti. «La cosa più bella che può succedere durante questa gara è sentire  David che urla "forza Mohamed" e Mohamed che risponde "Dai David non mollare". Questo è il successo più grande che ho ottenuto nella mia carriera di allenatore. Molto più grande del poter vantare che dei 38 atleti arabi inclusi negli annali dei 2500 atleti più forti di Israele la metà provengono dalla mia scuola».

 

Tecnicismi

 

Un punto decisamente tecnico a favore della maratona sul lago di Tiberiade è il clima. A gennaio la temperatura varia da una minima di 10 gradi a una massima di 15. Poco sbalzo termico e clima ideale per correre. Alla maratona di lunghezza standard (42.195 km) si associa poi un percorso per i più "oziosi", soli 10 chilometri («Se non siete allenati, consiglio di optare per il percorso ridotto», ricorda Santori) collocati su un tragitto che consente in ogni modo di ammirare le bellezze che il paesaggio offre. L'iscrizione si può fare direttamente online, consultando il sito della manifestazione (www.tiberias-marathon.co.il).

 

La quota è di 70 dollari per chi si iscrive entro il 10 di Novembre, cento dollari invece per chi rimanderà all'ultimo la decisione di partecipare. Fino al 20 di dicembre è comunque possibile dare la propria adesione e catapultarsi in questa avventura in mezzo al Medio Oriente. Si tratta di un sali e scendi continuo, che potrà mettere in difficoltà chi è più abituato ai percorsi pianeggianti.

 

Il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono e sono collocati nel pieno centro della città di Tiberiade, la corsa segue la linea di costa del Mare della Galilea, attraversando rustici paesaggi che lasciano senza fiato e volando attraverso le pietre miliari della storia antica della Giordania.

 

Qui si sceglie se si gareggia per vincere, per fare il record (tra i maschi è il kenyano Jackson Kotot ad aver conquistato il tempo più basso lo scorso anno, con 2 ore 8 minuti e 7 secondi, tra le donne la migliore è la prestazione della ceca Maria Starovka nel 1991: 2 ore 34 minuti e 17 secondi) o semplicemente per partecipare.

 

Ognuno a fine gara riceverà una medaglia e un certificato, oggetti promemoria di questo viaggio/maratona; i trofei saranno poi dati ai migliori tre classificati per ogni gruppo d'età.

 

Guida del maratoneta

 

Ma al di là della corsa, della fatica, delle curve e del sali e scendi continuo la Tiberias Marathon è un mondo da esplorare. Ogni angolo parla, ripercorre miti leggende e Storia. Qui è la patria di tante religioni e i monumenti che si possono vedere in ogni angolo del territorio ne sono la testimonianza. Ci sono le chiese, tante chiese, figlie della tradizione cristiana. Proprio qui infatti si narra che Gesù compì alcuni dei suoi miracoli (come quello di camminare sulle acque). Accanto ai luoghi sacri del cristianesimo si trovano poi i sepolcri dei grandi saggi dell'ebraismo, che trasformano la terra alle soglie del "mare salato" in un vero e proprio tempio, rinomato e omaggiato da tutto Israele. Rabbi Akiva, Rabbi Yochanan BenZakai e Maimonide sono solo alcuni dei celebri nomi che riposano ai piedi di quelle acque.

 

Alla spiritualità che è propria del luogo si associa poi una bellezza naturale, conferita dai palazzi ben conservati, dal vitale mercato del pesce (simbolo della città) e dalla romantica passeggiato lungo la riva del lago. A questi si sommano gli scenari idilliaci collocati appena fuori dal centro storico o a poca distanza:

basta poco a Tiberiade per immergersi completamente nella natura e fondersi con il territorio circostante. «Le cose che si possono vedere qui - spiega Santori - sono imparagonabili. Non solo le bellezze delle città, ma la magia dei vilaggi beduini, la terra nuda e cruda che si assapora nelle periferie. Tutto vale la pena di essere se non vissuto, visto almeno una volta».

 

A sud della città vecchia sorge il Parco Nazionale Hamat Tiberiade, un polo che racchiude oltre 17 sorgenti di acqua calda (60 gradi), notoriamente usati a fini terapeutici. L'acqua delle sorgenti alimenta poi le terme di Tiberiade: piscine, trattamenti per il corpo e benessere a 360 gradi si possono trovare nella magnifica cornice del lago di Kineret. A poca distanza poi la natura esplode in tutte le sue forme: l'infinito orizzonte si frantuma su due monti, quello di Berenice e quello delle Beatitudini, due tra le tappe assolutamente obbligatorie per chi si reca a Tiberiade. Il monte di Berenice offre, dalla sua altura, una veduta d'insieme dell'armonia paesaggistica. Il monte delle Beatitudini, invece, rammenta alla mente la tradizione cristiana: qui, si dice, Gesù pronunciò la Predica della Montagna e nominò i dodici apostoli.

 

Arte, storia, passato e religione. Ma non solo. A Tiberiade punto forte è anche la cucina. E il piatto privilegiato non poteva essere che uno: il pesce. Si può comprare al mercato, nelle bancarelle dei falafel, che offrono ai turisti assaggi delle proprie prelibatezze. E si può gustare nei ristoranti: ognuno infatti offre una vasta scelta di pesce nel proprio menù. L'industria ittica è quella che ha avuto maggiore successo in quest'area del Medio Oriente: ogni mattina infatti sono dozzine le barche che salpano da Tiberiade e che rincasano, la sera, stracolme di pesce fresco da vendere. Per alloggiare c'è l'imbarazzo della scelta: in città ci sono più di una trentina di hotels, lussuosi e più "popolari" ostelli e bed and breakfast, pronti a soddisfare le esigenze di chiunque.

 

Esperienze personali

 

Lui, non la definisce propriamente così, ma per Santori questa è una maratona "popolare". Nel senso che è il popolo che ci corre. Sì, certo esiste anche una scuola istituzionale di atletica (Maccabi) ma la gara premia indifferentemente la sua scuola da quella istituzionale. «Noi siamo i sindacati contro Confidustria - dice metaforicamente -. Ecco, per la prima volta sindacati e Confindustria qui sono in pareggio». Oggi per lui la corsa è una passione al di là dell'agonismo.

 

«Non corro più per competere e devo dire che sono diventato anche più pigro di prima. Correre stanca, non c'è che dire. Tuttavia continuo a farlo perché innanzitutto fa bene continuare a fare sport, e poi perché devo comunque sempre rimanere in forma, devo essere un esempio e uno stimolo per i ragazzi che alleno».

 

Lui corre quindi. Se lo faccia per sé o per i suoi ragazzi, in fondo, questo non cambia le cose. Qui a Tiberiade le motivazioni e le ragioni di ogni scelta, non vanno indagate, analizzate e pensate. Qui tutto si fa per quella fede o per quella miscredenza di cui trasudano gli edifici, le vie e le bancarelle del mercato. Qui tutto (maratona compresa) si fa per entrare nella Storia, per guadagnarsi un angolo di spazio all'interno di quel mondo idilliaco e irreale che vede, tra i timori e i problemi del Medio Oriente, tutti correre felici, mano nella mano, spalla a spalla, proprio come fanno Mohamed e David.

 

 

Stefano di Martino

 

 IL PICCOLO GRANDE UOMO D'ISRAELE

"Correre" 109, Marzo 1988

 

C'é un umbro, non molto alto di statura ma dal cuore grande cosi che diversi anni fa si trasferì in israele. In quel paese, oggi pieno do conflitti e di contradduzioni, ha trovato la sua nuova patria e, grazie allo sport, é riuscito a sanare situazioni apparentemente inconciliabili.  Grazie a lui, ogni anno qualche italiano può correre e ben piazzarsi nella Maratona del Lago di Tiberiade.

 

Il piccolo grande uomo si scrutò, senti il suo cuore, analizzò la sua anima e decise di andare. Parti da un piccolo paesino vicino Rieti. Aveva solo uno zaino e uno strano senso di inquietudine che gli martellava in testa; doveva andarsene e cominciò a camminare.

 

Camminò, camminò ed arrivò in Austria. Niente cambiò e cosi continuò a camminare; discese la Jugoslavia, la grecia, ma quel fastidio non cessava. Infine arrivò a Instanbul.

 

Qui vide il mare, e senti qualcosa, un richiamo. Si sentiva attratto: doveva solcarlo e gli serviva una nave. La cercò e la trovò (o meglio fu lei a trovare lui che si aggirava nel porto in cerca di un segno). Il nome della nave era Sogno. Vi Sali, ma non aveva i soldi per pagare. Il biglietto e cosi dovette lavorare, ma lui era contento perché sentiva che l'inquietudine cominciava a cessare e a trasfermarsi in gioia. La nave navigò finché un giorno, lontano sulla costa, giunse in vista di una torre e di mura e la barca fermò.

 

Il piccolo grande uomo decise di scendere perché attrato, come una calamita attira il ferro, da quella terrra, da quelle dolci colline che sull'orizzonte si stagliavano fiere, piene di storia e di orgoglio. Scese dalla passerella, mise un piede a terra e sentì il cuore battergli e un brivido gelato lungo la schiena. Si quardò ancora dentro e vide che l'inquetudine era passata. Fece un passo, poi un altro e si scrutò ancora dentro per vedere se anche l'anima era consenziente e così era. E il piccolo grande uomo si mise a correre prima piano, poi sempre più forte fino a che il cuora quasi gli scoppiò. Allora so fermò e si senti felice. Aveva trovato il suo sogno, la sua seconda terra.Era ad Haifa in Israele ed era un uomo come non mai.

 

Ma il piccolo grande uomo era e doveva mangiare e bere, e cosi cominciò a lavorare. Andò a sud del paese, nel  deserto, e per un po' di tempo curò pecore ed altri animali; era contento, adorava quell'aria tiepida che gli scompigliava I capelli di giorno e quella brezza gelata che di notte lo svegliava. Ammirava qualla distesa di sabbia e sassi e la solitudine di quella vita, sentiva che qualcosa doveva accadere e qualcosa accadde. A lui ed ad altre quattro persone chiesero di far risorgere un vecchio Kibbutz al nord e lui si senti pieno di desiderio di nuova vita e andò. Viaggiò per tutto il paese e mentre si avvicinava a quel Kibbutz era convinto che questo era il luogo ideale per costruire quello che sentiva dentro. Quando hiunsettacolo era terribile. Tutto era semi-distruitto, le case erano vecchie e malsane. Ma i cinque non si persero d'animo, anzi lavorarono, lavorarono e lavorarano.

 

Infine il Kibbutz fu finito e sembrava nuovo.

Il piccolo grande uomo cominciò quindi a riempire di verde le pianure circostanti: pianto meli, aranci, avocado,impiantò una piccola fabbrica e costrui dei capannoni per contenere dei polli. Ma non era completamente contento, qualcosa ancora mancava al suo piccolo grande cuore per renderlo appagato. Cominciò, per comunicare meglio, ad impararen l'ebraico e in appena sei mesi gia dialogava e quasi scriveva, ma non era ancora soddisfatto.

 

Il piccolo grande uomo aveva un nome, Antonio Santori, ed era il nome che i bambini dei villaggio beduino gridavano a gran voce quando egli correva lungo il confino col Libano accompagnato da un altra parola che era "iorkut", una parola che Antonio non conosceva e che gli tormentava la mente, finché un giorno scopri che voleva dire proprio "corri" ed é lì che fu quasi folgorato, che capi cosa ancora mancava alla sua anima per essere felice: doveva insegnare a tante gente a far muovera il proprio corpo al di là di tutto e di tutti,, al di là della guerra e della pace. E fu cosi che fondò il Marathon Club Sulam Tzor ed ebbe prima pochi ragazzi, poi sempre di più, fino ad allenare 80 persone. Finalmente era felice.

 

Sentiva sempre la mancanza della sua terra natia, ma non voleva tornare; Israele era ora il suo paese adottivo, tutta la sua vita, e allora cominciò a scrivere a qualche persona in Italia e quando qualche corridore italiano giungeva nei paraggi, eccolo arrivare puntuale, pronto a tradurre e a raccontare la sua storia, ad insegnare cosa fosse Israele. E fu così che nel lontano 1982 lo conobbi nel corso di un incontro fra rappresentative europee e quella israeliana. Il piccolo grande uomo era il traduttore dall'italiano all'ebraico e viceversa, era per l'atleta italiano la sua lingua. Dopodiché lui mi scrisse: così si manifestava il desiderio irrefrenabile di patria per antonio, poter scrivere a qualcuno in italiano. E io risposi e lui me riscrisse. Così per cinque anni, finché grazie alla mia società (le Fiamme Oro) potei partire per andarlo a trovare e quasi non volli più tornare. Andai per correre, il 9 dicembre, una distanza imprecisata a Tiberiade, visto che per me era la prima maratona. Il piccolo grande uomo mi curò e mi aiutò per dieci giorni, come fosse mio fratellio. Mi portò nel paese e mi fece vedere le sue alture, le colline che ad Haifa gli avevano riempito il cuore e anche il moi si riempi. Mi condusse ad Akko e mi fece vedere il palazzo di Erode e la città araba, mi descrisse la vita in quel luogo, mi fece capire quante volte si è ottusi e non si ama uscire dal proprio mondo. Invece il mondo al di fuori è magnifico, pieno di tantissime cose nuove e di tantissime esperienze che ti riempioni tutto, dalla testa ai piedi.

 

Il piccolo grande uomo me fece conoscere anche le sue creature, I suoi atleti e rimasi colpito nel vedere in mezzo a loro due ragazze arabe. Ed è qui che finalmente io, ragazzo italiano, capii quanto Antonio fosse grande. Era un uomo a cui non importava niente, che allevava senza remore e paure due donne arabe, che aveva rischiato, per allenarle, di farsi accoltellare quando era andato a parlare con la loro famiglia, che era riuscito per una volta ad unire il diavolo e l'acqua santa, che aveva proposto al suo Kibbutz di finanziare l'attività  delle sue atlete e tanto aveva fatto e insistito che I suoi kibbutznik acconsentirono e il piccolo grande uomo si sentì ancora una volta al colmo della felicità. Nei giorni precedenti la gara, Antonio mi istruì sulle techniche di gara, mi raccontò  dettagliamente la storia della manifestazione, indicandomi con che tempo avrei potuto arrivare decimo, quinto o terzo. Ero sereno e tranquillo perché Antonio pensava per me, io dovevo solo correre. Andammo due giorni prima della gara a Tiberiade, luogo della partenza e dell'arrivo, guidati da un amico arabo, e da quel giorno sentii Antonio distante e capii che lo faceva per non farmi sentire la tensione che mi martellava il cuore. Dopo la gara, felicissimo per il risultato ottenuto, venne a salutarmi in albergo. Lui tornava in Kibbutz, io in Italia.

 

Ci abbraciammo e, distrutto, mi addormentai. Quando mi svegliai fui felice che tutto questo non fosse stato un sogno.

 

Terzo Posto per Di Martino

 

Nella bellissima città di Tiberiade, fondata in israele da Erode Antipa nel 25 d.C. si è svolta il 9 dicembre 1987 la 11°  Maratona del lago di Tiberiade. La gara che ortava gli atleti da Tiberiade a Ein Gev e ritorno, ha visto la partecipazione di ben 510 atleti di svariate nazioni.

 

Ardua è stata la fatica dei maratoneti che hanno dovuto fare i conti con i numerosi saliscendi del percorso e con le particolari condizioni metereologiche. Vi erano infatti ben 23 gradi centigradi et il 75% di umidità. Questa situazione non ha però  fermato la cavalcata solitaria dell'inglese Lindsay Robertson che ha coperto la classica distanza di 52 Km e 195 m. in 2h16'08" precedendo il connazionale Jim Doic che ha concluso la sua fatica in 2:21'5", terzo è giunto Stefano Di Martino delle Fiamme oro di Padova allenato da Giorgio Rondelli che con una gara prudente ha portato a termina la sua prima maratona in 2:22'36". Di Martino ha rinverdito così la trdizione che vuole un italiano smpre nel primi a Tiberiade: infatti prima di lui ben si piazzarono negli anni scorsi Solone, Rastello, Mangione e Colò.

 

 

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Dani Biran

 

I fondisti

 

"Hotam"

Inserto di Al Hamishmar, n. 51 (933)

16 dicembre 1988

Alfredo Foss traduce dall'Ebraico

 

Antonio Santori, un italiano di padre cattolico e madre musulmana, vive al kibbutz Adamit e allena maratoneti. La sua allieva, Amal Abdallah, un'araba del villaggio di Mizrah, ha vinto alcune settimane fa la Maratona del Lago di Tiberiade.

Quante atlete arabe conosci? Nessuna, nessunissima!

 

Nella notte chiara si propagano le luci di Haifa, il golfo scintillante e le distese della Galilea occidentale appaiono come un tappeto colorato di incredibile bellezza: una vista mozzafiato. L'occasione di vedere questo scenario favoloso mi è stata data nei giorni scorsi, dovendo incontrare l'allenatore di atletica Antonio Santori, nel suo kibbutz, Adamit.

"Questa vista da sola è un motivo sufficiente perché la gente si convinca a rimanere in questo posto", gli dico ancora preso dall'atmosfera del momento. Ma lui, fedele alla sua indole mordace, diretta, mi risponde: "Chi vuole andarsene, se ne infischia del paesaggio o del sionismo", e sbotta qualche frase su coloro che pretendono di essere "sionisti", ritenendo che tutto sia loro dovuto senza dover profondere alcuno sforzo. Bastano poche frasi per accorgersi del temperamento burrascoso di questo piccolo uomo, di complessione robusta, provvisto di due baffoni alla caucasica che ne adornano il viso rotondo, e del suo pittoresco modo di esprimersi. Uno solo dei vari capitoli della vita di Antonio Santori basterebbe per riempire le pagine di un intero romanzo. E tuttavia mi balena in mente il pensiero che forse non avremmo fatto la sua conoscienza se non fosse stato per la sua allieva, l'atleta araba Amal Abdallah, recentemente laureatasi campionessa israeliana, nella Maratona del Lago di Tiberiade. Un successo che ha catapultato il suo nome e quello del suo allenatore nei titoli delle pagine sportive.

 

Antonio Santori è nato 42 anni orsono in uno sperduto villaggio di un'Italia spaccata in due, verso la fine dell'ultimo conflitto mondiale. Il padre cattolico, appartenente a una famiglia antifascista, incontrò la futura madre di Antonio nelle file di una compagnia della brigata partigiana comunista, e il risultato fu un "incidente", per usare la colorita definizione dello stesso interessato.

"Quando mamma era incinta, varcò le linee per andarmi a partorire nella zona del fronte occupata dagli americani", racconta Antonio, e soggiunge, strizzando l'occhio in modo birichino, che la madre proveniva da una famiglia albanese-musulmana giunta in Italia con il nonno, che aveva fatto l'esploratore nell'esercito italiano prima dell'avvento di Mussolini.

Ci tiene a sottolineare le sue origini, essenziali a sua detta per comprendere gli eventi che segnarono la sua vita e le opinioni maturate negli anni successivi.

Un giorno, nel 1970, Antonio, già venticinquenne, lasciò il lavoro presso la stazione di servizio gestita dalla famiglia, per mettersi in viaggio. Girovagò come sua abitudine in autostop, spingendosi fino in Turchia. A Istambul incontrò due vagabondi italiani reduci da un'esperienza come volontari in un kibbutz. "Mi raccontarono del kibbutz, aggiungendo che se davvero credevo negli ideali che avevo loro espresso, avrei dovuto senz'altro andare in Israele per conoscere il modo di vita del kibbutz". Antonio si fece assumere come cuoco volontario a bordo di una nave turca diretta a Haifa, e nel volgere di pochi giorni si ritrovò nel kibbutz Ruhama, in seno a una comunità di italiani. Fu lì che si interruppero le sue peregrinazioni, e quello che doveva essere un luogo di sosta provvisoria divenne per lui una vera e propria casa. Finalmente poteva realizzare gli ideali che gli erano stati inculcati fin dall'infanzia. Vivere in comunione e fratellanza, nell'eguaglianza fra gli esseri umani. Il kibbutz divenne per Antonio il luogo dove realizzare i suoi più velati desideri, e fu per questo che decise di legare il suo destino al Paese degli ebrei. "Se l'idea del kibbutz fosse nata in Siria, sarei andato a vivere lì", sentenzia in modo chiaro e tondo.

 

Contro l'interesse del kibbutz

 

La famiglia di Antonio vive oggi nella cittadina di Rieti, non troppo distante da Bologna, Firenze e Genova. Gli italiani definiscono questa zona il "triangolo rosso", per indicare il dominio indiscusso dei comunisti nell'area. Sulle prime i genitori di Antonio non accettarono di buon grado l'intenzione del figlio di rimanere in Israele, in kibbutz. La collera e il malumore prevalsero, il rapporto si spezzò. Ci vollero tre anni per ricucirlo, poi la famiglia riprese a sostenere il figlio, ospitando addirittura in Italia degli atleti allenati da Antonio. Lui stesso trovò la sua strada, unendosi al nucleo di Adamit, che in quel periodo stava al kibbutz Mishmar Haemek. Nel volgere di poche settimane era già in grado di spiegare in ebraico come si doveva cambiare il mondo. Nell'atmosfera di quei giorni il suo temperamento burrascoso non gli era di ostacolo. I componenti del nucleo, suoi coetanei provenienti dagli Stati Uniti, erano ancora quasi tutti influenzati dalla contestazione studentesca contro la guerra in Vietnam, dalla rivolta di 'Dany il rosso' in Francia e dalla repressione della 'primavera di Praga'. "Le idée che espressi allora, oggi suonerebbero molto più radicali alle orecchie dei membri di Adamit", ci dice Antonio con un velo di ironia.

 

Nel 1971, quando gli 80 componenti del nucleo A e B si stabilirono nell'insediamento di Adamit, che era stato abbandonato alcuni mesi prima dai suoi fondatori, Antonio cominciò a lavorare come tornitore nello stabilimento metallurgico del kibbutz Eilon. Il tragitto di ritorno, al termine di ogni giornata di lavoro, lo percorreva solitamente di corsa, lungo il pendio che in una decina di chilometri conduceva ad Adamit.

 

"Ho sempre praticato sport", ci dice. "Prima ho giocato a calcio in una squadra delle mie parti, per passare poi all'atletica, in particolare alle corse lunghe". E comincia a evocare ricordi del passato, a fare paragoni con l'Italia, sostenendo che nella sua cittadina di origine, popolata da 40.000 anime, ci sarebbe una società di atletica con più di mille iscritti. "La rappresentativa della mia cittadina sconfiggerebbe facilmente la nazionale di atletica israeliana". Ed è prodigo di delucidazioni non appena si accorge, giustamente, che non sono proprio ferrato sull'argomento.

 

La comparsa quotidiana del solitario corridore lungo il pendio della collina, attirò l'attenzione dei bambini di Aramshe, il villaggio beduino limitrofo, che presero ad arrampicarsi insieme a lui fino in cima alla tortuosa salita.  "Cominciai ad allenarli per fare di loro degli atleti, ma a un certo punto mi accorsi che la cosa non era nell'interesse del kibbutz; erano così veloci che quando rubavano le mele dai campi era impossibile acchiapparli", conclude con un mezzo sorriso.

 

Antonio è un tipo alquanto sboccato. Quello che pensa lo dice in faccia anche ai suoi vicini arabi. Me ne sono accorto successivamente, quando siamo stati ospiti di Amal, nel suo villaggio vicino a Natania. Grazie ai rapporti allacciati con gli abitanti della regione in qualità di allenatore, Antonio gode di particolare stima quando si reca in visita, di tanto in tanto, a casa dei suoi atleti.

 

A Eilon, Santori incontrò Nurit, una ragazza del kibbutz, sportiva praticante pure lei, con idée molto simili alle sue. Un capitolo caratterizzato finora da dieci anni di convivenza, da un matrimonio laico celebrato a Cipro, e dall'adozione della figlia Naama, bimba 'cioccolato' originaria del Brasile. Ci sarebbe tanto da raccontare, ma è il caso di tornare di gran carriera al 1980, anno in cui Antonio fu nominato assessore allo sport del Consiglio regionale Sulam Tzor. Fu allora che diede vita alla squadra regionale di maratona, dedicandosi finalmente a un'attività in cui riusciva a coniugare l'amore per lo sport con i suoi ideali socialisti e di fratellanza fra i popoli.

 

 
The daughters: Naama & Maia (2005)

 

Ma qual è il suo valore professionale? Antonio si affretta ad affogarmi in un mare di articoli, libri, documenti di cui la sua casa è zeppa all'inverosimile, compresa la soffitta da lui costruita a questo scopo. Tali sono stati i suoi progressi da autodidatta da farne un autorevole esperto di atletica leggera. Riceve continuamente lettere da ogni parte del mondo, domande su risultati, primati mondiali, dati personali fin nei minimi dettagli, tutti catalogati per filo e per segno in apposite cartelle.

 

Oggi è in contatto con 220 personaggi famosi del mondo dell'atletica, atleti, allenatori e giornalisti sportivi. I racconti sugli incontri al kibbutz con fondisti di grande nome, sui suoi rapporti ambivalenti con il "palazzo" dell'atletica israeliana e sul livello degli sportivi e dei giornalisti sportivi in Israele, si susseguono in un effluvio di parole pronunciate con accento italiano musicale.

 

Ci mostra poi una serie di gagliardetti, fotografie e sciarpe colorate, che adornano le pareti domestiche, narrando dei suoi rapporti con famosi club sportivi, come l'inglese Queens Park Rangers, l'olandese Feyenoord di Rotterdam, e la leggendaria Juventus italiana. E quando indirizza la nostra attenzione alle varie società di atletica, soggiunge: "È vero che ho frequentato il corso per allenatori di Wingate, ma l'ho fatto solo per il diploma".

 

 

Nessun banchetto in suo onore al villaggio

 

Per gli sportivi della Galilea occidentale il nuovo sodalizio di maratona fondato da Santori aprì una nuova era. Giovani talentuosi e altri sportivi dediti fino allora al jogging, provenienti dai villaggi cooperativi, dai kibbutz e dagli insediamenti arabi, si riunirono per sottoporsi al ferreo regime di allenamenti imposto dall'allenatore italiano.

"Il vero obiettivo è la fratellanza fra i popoli" dice Antonio, "lo sport è un fattore secondario. Se uno dei miei atleti dovesse un giorno stabilire un primato israeliano, lo considererei un successo importante, ma ciò che mi preme veramente è che correndo fianco a fianco questi ragazzi imparino a stimarsi a vicenda, superando le differenze religiose o etniche". Antonio sottolinea l'importanza della disciplina: "Avevamo in squadra un ufficiale dell'esercito; una volta lo sentì sussurrare in allenamento; dopo che l'ebbi redarguito in silenzio, la cosa non si ripetè più". Perché Antonio non fa sconti a nessuno.

 

Tre anni dopo, il 22 novembre 1983, si unì al gruppo podistico anche Amal Abdallah, del villaggio di Mizrah. "È una data che non scorderò mai", ci dice la ragazza. Per Antonio si tratta di una data di importanza storica a livello mediorientale.

"Quante atlete arabe conosci?" domanda con tono mordace ad Ali, fratello di Amal, che siede con noi nel soggiorno e si affretta a rispondere: "Nessuna!", per ribadire poi il concetto con espressione da intenditore:"Nessunissima".  

 

Fra le mura domestiche, nell'ampia stanza fregiata da coppe, medaglie e scudetti in abbondanza, Amal tratteggia il suo personale percorso nel mondo dell'atletica. Già al liceo si era messa in luce nelle specialità della corsa; il suo fisico esile, l'ampiezza della falcata e l'elevata capacità di consumo di ossigeno la pilotarono verso ragguardevoli successi. Un abitante del villaggio, autista di taxi nonché corridore, le propose di iscriversi alla società podistica di Antonio. Dopo un periodo di prova, Amal decise di rimanere. Conclusi gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di biologia dell'università di Haifa. Agli studi per il conseguimento della laurea alternava lunghe ore di allenamento, oltre all'arduo lavoro nell'orto famigliare. Un anno fa Amal ha compiuto 21 anni. Conclusi gli studi universitari, è stata assunta presso il laboratorio dell'ospedale statale di Naharia. Nel corso della conversazione evoca la figura del padre, il cui decesso tre anni orsono aveva messo in grande crisi la vita famigliare. "Per noi il babbo era tutto, provvedeva affinché tutti potessimo studiare e ci consentiva di dedicarci alle cose che amavamo", dice Amal. Alla morte del padre, Amal interruppe gli allenamenti, assentandosi dalle piste per cinque mesi consecutivi. Sesta di nove fratelli e sorelle, fu coinvolta a quel punto dalle preoccupazioni per l'incerto futuro della famiglia.

 

Da allora è passato un po' di tempo. E l'atleta moretta ha percorso centinaia, forse migliaia di chilometri. Avvezza agli sforzi più ardui e temprata dagli ostacoli superati lungo il cammino, è stata messa a confronto anche con la tradizione del villaggio e i pregiudizi dei parenti. Le principali resistenze vennero dalla madre, poco incline ad accettare che la figlia fosse l'unica araba in una squadra mista di atleti e atlete ebrei. Per non parlare degli indumenti sportivi che Amal era tenuta a indossare, in contrasto con le convinzioni della madre, alla quale si rivolsero pure le vicine di casa, nel tentativo di impedire ad Amal di partecipare agli allenamenti. Le reazioni degli uomini del villaggio non furono molto diverse, ma i contrasti più accesi si verificavano ogni volta che Amal si accingeva a partire per una gara all'estero. Antonio ricorda infervorate discussioni fino a tarda notte per strappare ad Ali, fratello di Amal, il consenso alla partenza, prevista per l'indomani, della sorella. Ali, da parte sua, nega recisamente che siano i famigliari ad ostacolare la carriera sportiva di Amal. "Credo che si debba concedere alle donne la libertà di evolversi come meglio credono" dice. Le giovani generazioni del villaggio condividono a sua detta questo stile di vita, e lui si dice favorevole all'uscita delle donne dall'ambito famigliare tradizionale, per dedicarsi ad attività sociali o artistiche.

 

"E che ne sarà di Amal quando troverà il suo principe azzurro e deciderà di sposarsi. Potrà continuare a gareggiare?" chiedo io. Ali risponde che non ci saranno problemi. Antonio lo ascolta, e sul suo viso compare un'espressione insoddisfatta. Più tardi mi confiderà che il fratello di Amal si era pronunciato in quel modo solo ai fini dell'articolo. "Talvolta sono costretto a raccontare un sacco di storie prima di ottenere il loro consenso" ci dice.

 

Sei volte Amal è andata all'estero per gareggiare. Oltre ai contrasti famigliari c'è sempre il problema del finanziamento dei viaggi. La trafila per riuscire a ottenere i soldi costituisce un capitolo a parte della vita di Antonio Santori. Sapendo che non sarà certo la federazione di atletica israeliana a tirare le castagne dal fuoco per i suoi ragazzi, Antonio ha sviluppato strategie alternative. In vista di ciascuna gara, appende un avviso nella bacheca del kibbutz, chiedendo ai membri di contribuire secondo le loro possibilità. "Ogni volta che ho appeso un avviso, ho ricevuto molti contributi dai membri di Adamit, che hanno consentito ad Amal e agli altri ragazzi di viaggiare all'estero" dice, spendendo lodi per i suoi compagni del kibbutz, nonostante poco prima non avesse esitato a sostenere che il loro parere su di lui gli era indifferente.

"Dopo tutto io rimango qui, mentre loro vanno via quasi tutti" dice. Parole sante.

Altri contributi riesce solitamente a "mendicarli" da vari enti israeliani, ma l'aiuto principale giunge dai suoi amici in Italia.

 

Alcuni mesi fa, Amal ha partecipato per la prima volta a una maratona competitiva. La gara si è svolta a Bologna, con la partecipazione di famosi maratoneti. I biglietti d'aereo e le spese di vitto e alloggio erano tutti sul conto di sportivi italiani, mentre la famiglia Santori, nelle sue varie diramazioni, si è adoperata per agevolare Antonio e i due atleti che hanno partecipato alla corsa. Sul traguardo di Bologna, a capo di 42 chilometri e 195 metri, Amal ha fatto registrare il tempo di 3 ore, 32 minuti e 19 secondi, un tempo lontanissimo dal primato israeliano di Zahava Shmueli, 2.40.00, e

ancora più distante dal record mondiale femminile. Antonio rimane realista: "Solo due atleti maschi in Israele sono scesi sotto il record mondiale femminile", tiene a sottolineare.

 

Antonio e Amal proseguono la loro lunga ed estenuante corsa. Al termine di una giornata di lavoro nella cucina del kibbutz, lui trova il tempo da dedicare agli allenamenti, mentre lei lo raggiunge direttamente dal laboratorio dell'ospedale.

 

"È una testona, esattamente come lo sono io", dice per evidenziare il carattere inflessibile della sua allieva. Due settimane fa, i due hanno ottenuto un nuovo successo, con la vittoria di Amal fra le donne israeliane nella Maratona del Lago di Tiberiade, coperta in 3.08.48. In passato aveva già ottenuto vittorie nella corsa campestre e primati sui 10.000 metri. Ora, per la prima volta, è riuscita a vincere il blocco dei media, che in passato non erano stati teneri con lei, diventando un personaggio di cui si parla, al villaggio e un po' in tutto il settore arabo israeliano. È conscia del fatto che i suoi trionfi non daranno vita a festeggiamenti. Se fosse stata un maschio, al villaggio avrebbero allestito in suo onore un banchetto coi fiocchi. Anche Antonio non si aspetta che gli vengano tributati gli onori della gloria. Il prossimo obbiettivo segnato nelle pagine dei suoi scartafacci è costituito da un programma di allenamento aggiornato per ciascuno dei suoi atleti, in vista della maratona valida per la Coppa del Mondo a Milano. È consapevole di dover affrontare un'altra volta gli ostacoli delle reticenze famigliari, il solito tortuoso percorso per ottenere un finanziamento, di dover colmare le divergenze che lo separano dai vertici della federazione di atletica. Ma Antonio non si spaventa, ha già superato ostacoli ben più ardui, e come si confà a un vero fondista, continua a correre senza mai fermarsi.  

 

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Antonio Santori with the runner Bat Chen Cohen (2005)

 

 

Michal Peleg

 

Santori corre contro corrente

Occhi puntati sul nord

Lady Globes (numero 32) giugno-luglio 1995

 

 Alfredo Foss traduce dall'Ebraico

 

Antonio Santori, un comunista italiano, di padre cattolico e madre musulmana, un sionista che ha combattuto per Israele, ma ancora privo della cittadinanza israeliana, sprona gli arabi israeliani a migliorare la propria condizione sociale – grazie ai successi sportivi. Gli atleti per la sua compagine li va a cercare nelle sperdute zone di confine al nord del paese  

 

     

L'automobile si arrampica a stento fra i tornanti che conducono al kibbutz Adamit, in mezzo a un placido paesaggio, punteggiato da querce e cipressi. Poco più avanti di noi corre una strada bianca scolpita nella montagna, che spartisce il crinale in due: di qua Israele, di là il Libano.

Tutti i giorni, nelle ore pomeridiane, sulla ripida strada lungo la recinzione tutt'intorno al kibbutz si può incontrare un gruppo di ragazze, in calzoncini e con una maglietta recante la scritta 'Sulam Tzor'. Procedono di corsa, a piedi nudi: per loro è più comodo così. Due di loro sono campionesse israeliane di corsa campestre, ma anche le altre possono vantare coppe e medaglie.

 

Lutfia Jumaa, Yasmin Saad e Hitam Mahmid sono ragazze beduine del villaggio Arab-El-Aramshe, che sorge sul pendio della collina, di fronte ad Adamit. "Il Consiglio Regionale ha cancellato questo villaggio dalla mappa" – dice Antonio Santori, allenatore delle ragazze di Aramshe – "1500 abitanti si sono dileguati nel nulla". Ma lui, Antonio, non ci sta, e si batte affinché Aramshe torni a comparire sulla mappa.

 

 * * *

 

 L'ho incontrato sul volo Roma-Tel Aviv, mentre era intento a rimbrottare con voce tuonante il suo gruppo di ragazze. Erano di ritorno da un'importante gara internazionale di corsa, la Cinque Mulini di San Vittore Olona, presso Milano. Sei ragazze, dai quattordici ai diciassette anni, tutte detentrici di titoli israeliani in svariate specialità di corsa, chiacchieravano fra di loro adagiate sui sedili dell'aereo: due beduine, Lutfia e Yasmin di Aramshe, due arabe israeliane di Buayne-Nujidath, e due ebree di Kiryat-Bialik.

Lutfia e Yasmin, raccontava Santori con orgoglio, si erano cimentate scalze sul percorso nei pressi di Milano, a una temperatura di due gradi sopra lo zero, nel fango e sotto la pioggia, fra lo stupore del pubblico. E nonostante "le condizioni fossero tali da garantire un ritorno in Israele a capo chino e con una valigia piena di scuse", si è tolto la soddisfazione di vedere due sue allieve salire sul podio dei vincitori: Lutfia Jumaa con al collo una medaglia d'argento e Rania Yada di Buayna con una medaglia di bronzo.

 

Da più di vent'anni Antonio Santori – un piccolo italiano dalle spalle larghe e dalla parlata 'rotolante', coi baffi da pirata e una coda di cavallo che comincia a incanutire – si aggira nelle più sperdute zone frontaliere di Israele, con l'intento di fare nuovi proseliti al suo credo, l'atletica leggera. Gli atleti da lui allenati provengono dai kibbutz del nord del paese, dalle cittadine in via di sviluppo, dai siti di carrozzoni destinati ai nuovi immigrati, e dai centri periferici di Haifa. Fra di loro ci sono campioni che hanno cominciato a correre a quarant'anni e bimbetti che lui segue lungo i tracciati fin dai loro primi anni di scuola; ma il suo vero orgoglio sono le atlete e gli atleti che riesce a "raccattare" negli insediamenti arabi.

 

Santori va a trovarli a casa, espone le sue teorie ai genitori reticenti, espugna roccaforti di conservazione e tradizione al fine di portarsi via i 'suoi' ragazzi e lanciarli alla conquista di titoli. "Non sostengo che quello che io faccio cambi molto le cose, ma credo che al mondo la torta debba essere spartita in modo un po' più equo. In questo paese c'è un settore della popolazione che rimane sempre in condizioni di inferiorità – sia a livello di istruzione che a livello economico – e questo non è giusto. Avvicinando queste ragazze all'atletica, apro loro nuovi orizzonti e grazie ai successi sportivi ne miglioro lo status sociale".

 

Santori, 50, è uno degli ultimi residui della generazione dei rivoluzionari, quelli che credevano di rimanere eternamente giovani e che in Italia chiamano "quelli del '68": negli anni Sessanta fecero le barricate, provocarono tumulti, marciarono nelle manifestazioni, diedero vita alla guerriglia urbana contro polizia ed esercito. Una piccola minoranza di estremisti e violenti andò più tardi a rimpolpare le fila delle Brigate Rosse, scegliendo la strada del terrorismo. La maggioranza mise da parte col tempo gli ideali e i capelli lunghi, per riabbracciare le vecchie abitudini borghesi.

Ci sono comunque le eccezioni; dei tipi isolati e un po' stravaganti, come Antonio, che continuano a coltivare il sogno:  girano il mondo ancor'oggi, lottando per cause perse in partenza, nella realtà priva di ideologie degli anni Novanta; si battono per la giustizia e l'eguaglianza laddove si parla di borsa, conti in rosso e Mitzubishi.

 

 * * *

 

"Ho la rivoluzione nel sangue", dice Santori; e in effetti, le vicende che hanno caratterizzato la storia della sua famiglia sono uno strano e variopinto miscuglio che vede protagonisti ribelli, sognatori e traditori. Antonio nacque in una cittadina della Sabinia, in una zona di colline verdeggianti nei pressi di Roma; una zona che fu teatro tremila anni orsono di un evento drammatico che la rese celebre: 'il ratto delle Sabine'.  Come dice Santori: "Ci rapirono le ragazze, i romani. A quei tempi i matrimoni venivano combinati in maniera un po' violenta".

Il nonno paterno era comunista, e con l'avvento del fascismo al potere fu incarcerato per lunghi anni. Anche il figlio, il padre di Antonio, impugnò la bandiera rossa: dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale raggiunse le montagne unendosi ai partigiani comunisti della Brigata Garibaldi, che agiva nelle retrovie dell'esercito tedesco. Fu lì che incontrò la madre di Antonio, una giovane maestra di origine albanese, musulmana. Proveniva da un ambiente completamente diverso: il padre aveva collaborato con gli occupanti italiani in Albania fungendo da esploratore militare. Poi emigrò in Italia, portando con sè la moglie e le due figlie.

I suoi parenti, rimasti in patria, furono trucidati dai comunisti albanesi, come vendetta per il loro tradimento. "In Italia lo mandarono", racconta Antonio, "in un'unità riservata alle minoranze etniche. Come qua, pure là c'era un istituto del genere, una scuola per beduini albanesi. Quindi, quando vedo i miei ragazzi beduini crescere e arruolarsi nella guardia di frontiera o nelle unità camuffate, e svolgere dei compiti da Gestapo nei confronti degli arabi a Gaza – mi viene in mente mio nonno in Albania".

 

Mentre l'esploratore Albanese combatteva nei ranghi dell'esercito fascista italiano e veniva ferito dalle pallottole dei partigiani jugoslavi, sua figlia fuggiva sulle montagne con i partigiani italiani. "Fu la sua personale rivoluzione", conclude Antonio.

Lui nacque lì, nelle montagne, il 21 gennaio 1945, un luogo e una data che ancor oggi hanno per lui un valore simbolico. "Festeggio il mio compleanno con il partito comunista italiano, che fu fondato il 21 gennaio, parecchi anni prima, nel 1921. Sono cresciuto nel mito del partito. La storia della classe operaia italiana, con i suoi successi ottenuti grazie al partito comunista. È mai possible che io rinneghi tutto ciò? Che sputi sulla tomba di mio padre?".

Antonio ha fatto il militare in Italia nei paracadutisti, e terminato a vent'anni il periodo di leva, si è ritrovato nel mezzo dei tumulti studenteschi a Roma. "Mi trovavo lì con mia sorella" – rammenta e sorride – "abbiamo fatto un po' di casino". Era il periodo caldo, verso la fine degli anni Sessanta. Non era iscritto all'università, ma agli studenti non lesinò suggerimenti sulle strategie di guerriglia urbana, su come respingere i candelotti lacrimogeni e altri utili consigli. In seguito, fu trascinato dall'ondata che in quei giorni investì i giovani di tutto il continente, e si mise in viaggio.

 

* * *

 

Facendo l'autostop cominciò a vagabondare verso oriente: Jugoslavia, Grecia e Turchia. A Istambul saltò a bordo di una nave diretta in Israele, facendo lo sguattero in cucina, pur di raggiungere il luogo in cui, per quanto ne sapeva, si realizzava pienamente il sogno socialista: il kibbutz. Correva l'anno 1970. "Mi mandarono a fare il pastore a Ruhama" – racconta – "la cosa mi piacque. Quello fu il mio periodo romantico".

In quel periodo si stava formando un nucleo di volontari provenienti dall'estero – composto in maggioranza di persone giunte in Israele nella Guerra dei Sei Giorni – che si incaricò di ricostituire il kibbutz Adamit, al confine con il Libano. Santori si unì a loro: rimase incantato dal paesaggio della Galilea, così simile ai luoghi della sua infanzia in Sabinia e Umbria. La vita in un insediamento di confine, la continua sensazione di pericolo in una zona in cui le incursioni terroristiche e il lancio di razzi Katiusha erano all'ordine del giorno, soddisfacevano a pieno il suo istinto di avventuriero.

 

Fu così che il comunista italiano, ancora oggi privo della cittadinanza israeliana, diventò un fedele sionista: Antonio Santori prese a combattere le guerre degli ebrei. Nel 1972 fungeva già da responsabile della sicurezza del kibbutz, e nel 1973, allo scoppio della Guerra di Kippour, riuscì a prendersi gioco dell'esercito e a farsi arruolare insieme a tutti gli altri. "Decisi subito di arruolarmi come volontario, e non ci fu bisogno di andare lontano: un'unità dell'esercito venne mandata dalle nostre parti, al confine con il Libano. Ne aprofittai per farmi avanti, e quando mi chiesero il mio numero di matricola gli snocciolai quello che avevo avuto nell'esercito italiano. Mi rifiutai però, con spirito partigiano, di indossare l'uniforme – per tutta la guerra andai in giro con il vestito blu di coltivatore, fedele allo spirito della mia famiglia.

 

* * *

 

"A guerra finita, ci rispedirono tutti a casa. I miei dati vennero inseriti in un computer, e il risultato fu che qualche valvola saltò. Quelli dell'esercito vennero da me per accertamenti, mi fecero delle domande, e io raccontai la verità – dissi che ero stato paracadutista, che avevo alle spalle 168 lanci, ma nell'esercito italiano. "Volevi entrare dalla finestra - mi risposero - ora entrerai dalla porta. E fu così che mi arruolai e andai a fare il regolare addestramento reclute.

"Mi è impossibile non identificarmi con quello che faccio. Se il kibbutz fosse stato in Siria, e avessi abitato in Siria, mi sarei senz'altro arruolato nell'esercito siriano. Non riuscirei a vivere nel mezzo di una popolazione andandomi a sedere in un rifugio, facendo finta di niente, nei momenti di crisi.

 

Con un padre cattolico-comunista, una madre musulmana che si è lasciata alle spalle la tradizione religiosa della sua famiglia, sposato con una donna ebrea – un'israeliana di uno dei kibbutz vicini – e padre di due figlie adottive originarie dal Brasile, Santori ha abbracciato l'ideale ateista; è il collante che unisce il complesso miscuglio di religioni ed etnie che lo caratterizzano. "Sono il padre dei laici" – dichiara – "Mia figlia Naama dice sempre: la Bibbia è un po' come le favole di Cenerentola e Cappuccetto Rosso. È mai possible che un lupo parli? No! E alla stessa stregua, è mai possible che si apra un solco nel mare? No!". E ciò nonostante, pur dichiarando di non credere in nulla, quando udì per la prima volta in vita sua due anziani che conversavano in Yiddish, ebbe la sensazione che quella lingua gli fosse familiare; e questo – precisa Antonio – ancor prima di aver imparato l'ebraico.

 

"Tendo a credere che la reincarnazione delle anime non sia affatto una cattiva idea. E probabilmente, in una delle mie vite precedenti, devo essere stato un "hassid', un ebreo devoto in Polonia. Dall'età di cinque anni suono il clarinetto, e la prima volta che ho sentito della musica "hassidica" mi sono venuti i brividi. È una musica che mi trasmette emozioni".

Ma la vita al kibbutz Adamit non fu priva di attriti. "Quasi tutti i membri erano anglosassoni. Ero l'unico latino, l'unico proveniente dall'area mediterranea. Non parlavo l'inglese, ed ero considerato un tipo controverso. Fin dall'inizio mi sono calato nel mio ruolo naturale, quello di fondamentalista con dei principi".

Le controversie con gli altri membri del kibbutz si protrassero per vent'anni. Col passare degli anni la generazione dei fondatori andò sempre più assottigliandosi: oggi il kibbutz conta trenta membri, dei quali solo tre appartenevano al nucleo originale. Già si parla di smantellare il kibbutz. Santori ha lasciato Adamit cinque anni orsono, con l'amaro in bocca, deluso e addolorato, trasferendosi in un altro insediamento nei paraggi, Granot.

 

Durante il giorno, Santori dirige il club di atletica da lui fondato "Sulam Tzor", va ad allenare le sue squadre di atleti nella circoscrizione araba di Buayna-Nujidath e si prende cura delle ragazze di Aramshe e della cittadina araba di Majd-El-Krum. Di notte, lavora come operaio nello stabilimento ittico del kibbutz Eilon, 'Shefa-Yam".

"Lavoro allo stabilimento dalle dieci di notte alle sei del mattino, alle stesse condizioni di un operaio arabo – guadagnando dieci shekel all'ora", dice con tono di protesta, "e lo dico con orgoglio. C'è gente che si dà alla droga o all'alcol, e al contrario c'è gente, come me, la cui droga è il lavoro".

 

* * *

 

Un ufficiale britannico che fu fatto prigioniero all'inizio del secolo da una tribù di beduini del villaggio di Arab-El-Aramshe, affibbiò agli abitanti del luogo l'appellativo di "Eroi della Montagna". Loro stessi ignorano, non avendo libri di storia, quando e da dove vennero a stabilirsi in questa landa. Ma per almeno duecento anni, finché non furono frenati dagli inglesi, si impossessarono del crinale montuoso che collega il Libano alla Palestina assaltando le carovane che vi transitavano.

I vecchi del villaggio narrano l'ultima battaglia combattuta dai beduini: si arroccarono sulla montagna e respinsero con successo gli assalti degli inglesi. Quando il comandante inglese rimase ferito e fu fatto prigioniero dalla tribù, una giovane donna del villaggio ne ebbe compassione e chiese che gli fosse risparmiata la vita. Non gli fu torto un capello e lui si alleò ai beduini, in cambio della promessa che non avrebbero più assaltato le carovane.

 

Sotto il dominio israeliano, gli ultimi beduini abbandonarono il vecchio insediamento in cima alla montagna per trasferirsi in un villaggio situato ai piedi di Adamit. La maggior parte di loro lavorano oggi nei kibbutz e negli stabilimenti della zona. Quello strano italiano, che transitava di corsa fra i sentieri della montagna recandosi al lavoro, attirò dietro di sè i bambini di Aramshe. Fra corse e rincorse cominciò a scoprire talenti fra i ragazzini del villaggio, che fino allora si divertivano soprattutto a rubare mele dai campi del vicino kibbutz.

 

Nel 1979, frequentando il corso per allenatori di atletica leggera presso l'Istituto Wingate, Santori decise di fare di Aramshe la sua 'cavia': "Con un camioncino del kibbutz cominciai a portare di quando in quando i ragazzini di Aramshe alle gare. Alla loro prima partecipazione al "Periplo del Tavor", uno di loro arrivò 12esimo, un altro 28esimo, un terzo 54esimo, e un quarto lo trovammo dopo ore che stava ancora correndo… Oggi Lutfia, a soli 15 anni, ha già vinto otto titoli israeliani".

 

* * *

 

Nel 1980, Santori fondò la società Marathon Sulam Tzor, destinata a diventare fra i principali sodalizi israeliani di atletica: in bacheca può già vantare circa 1800 trofei, fra medaglie, coppe e titoli di vario genere. La prima campionessa araba della società fu Amal Abdallah di Mizrah. "Amal – dice Santori – fu la prima araba israeliana che partecipò alle Maccabiadi, le Olimpiadi degli ebrei. In carriera si aggiudicò 91 medaglie".

 


Amal Abdallah win the Tiberias marathon

 

Santori dovette ricorrere alle sue migliori risorse persuasive per convincere i genitori di Amal a lasciarla partecipare alle gare. Amal cominciò a correre nel 1983, guadagnandosi la fama di prima atleta araba a rappresentare Israele sulla scena internazionale. Fra un successo e l'altro in pista, studiò per imparare un mestiere e oggi lavora come infermiera. Provenendo da un ambiente musulmano tradizionalista, dovette vincere non poche resistenze da parte dei parenti e degli altri abitanti del villaggio, che non vedevano certo di buon occhio i suoi viaggi all'estero, i calzoncini corti da lei indossati nelle corse, e forse anche l'indipendenza che si era conquistata.

"Poco tempo fa ho parlato con lei del lungo cammino percorso insieme" – dice Santori. "Le ho chiesto se non fosse pentita, e ho aggiunto che pur essendo orgogliososo di averla portata alle corse e di aver causato una rivoluzione culturale fra gli arabi israeliani, forse non avevo il diritto di sradicarla dalla sua tradizione. Mi ha risposto che non era affatto pentita. Che in nessun modo avrebbe rinunciato alla scelta fatta".

 

Oggi, a 30 anni, Amal ha ripreso a correre. Ad Aramshe Antonio Santori non si imbatte più in genitori reticenti o in un ambiente ostile. Nel villaggio lo chiamano ormai 'il nostro zio', e gli affidano i bambini di buon grado, persino con entusiasmo. Conosce tutta la terminologia in arabo relativa alle corse, e anche le parolacce: "Non parlo l'arabo, ma se una ragazza mi manda a quel paese, me ne accorgo subito".

Quattro dei cinque membri del Consiglio comunale di Aramshe sono suoi ex allievi: "Ad Aramshe c'è già una terza generazione di atleti che sono stati miei allievi". La trasferta in Italia di Lutfia Jumaa e Yasmin Saad è stata finanziata dal Consiglio comunale; il Consiglio regionale Mate Asher non ha voluto saperne di partecipare alle spese.

 

Un velo di amarezza si insinua nella voce di quest'uomo energico quando parla del trattamento riservato dalle autorità israeliane ai suoi allievi arabi: "La mia è una battaglia persa in partenza" – dice – "I segnali sono chiari, li vogliono annicchilire. Tutte le decisioni, anche quelle cosiddette sportive – e potrei portare innumerevoli esempi – sono il frutto di imposizioni politiche. La cosa è talmente evidente da riempirmi di rabbia ogni volta di nuovo. Chi comanda? Gli ebrei comandano, e il sostegno agli arabi non lo danno nemmeno se sono campioni israeliani".

 

* * *

 

Ciò nonostante, Antonio tira avanti. Fra i suoi numerosi album adesso ce n'è anche uno dedicato all'ultima trasferta in Italia: vi compaiono Lutfia, Yasmin, Sheni, Yafit e Rania impegnate in gara, ma anche mentre scoppiano a ridere sulla neve in montagna, o in visita al museo degli Uffizi – Antonio non ha voluto saperne di esentarle da questa piccola parentesi culturale – o mentre passeggiano per le vie di Roma, dove sono state ospiti degli amici e dei parenti del loro allenatore.

"Io vado contro corrente" – dice Santori – "Chi mi ama, mi ama fino in fondo; e chi mi odia – mi odia alla morte".

 

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Golan Hazani

Scalza all'ombra dei razzi Katiusha

"Yediot Ahronot" 25.4.1996

Alfredo Foss traduce dall'Ebraico

 

Lutfia Jumaa, una beduina di 15 anni e mezzo, di Arab-El-Aramshe, un piccolo villaggio al confine con il Libano, ha vinto venerdì scorso la gara competitiva sulla distanza di 6 chilometri nel quadro della Maratona di Tel Aviv – Può già vantare 14 titoli giovanili, e due primati israeliani (fino a 17 anni), nei 5000 e nei 10.000 metri – Vorrei regalare al mio Paese medaglie e tanto onore

 

Fra le tante cerimonie in ricordo dei caduti dell'esercito israeliano celebratesi l'altro ieri in tutto il Paese, c'era anche quella alla memoria di Machmud Jumaa. Una cerimonia modesta, alla presenza di otto familiari e due ulteriori soldati, entrambi esploratori beduini, confluiti presso la fresca tomba nel piccolo cimitero di Arab-El-Aramshe, a est del kibbutz Adamit, al confine con il Libano.

 

Con il padre, la madre e alcuni fratelli c'era anche la sorellina Lutfia di quindici anni e mezzo. I presenti se ne stavano in piedi in silenzio, contenendo le proprie emozioni. "Avevo una grande voglia di piangere, ma sarebbe stato imbarazzante davanti a tutta la famiglia. Era un figlio che avevo cresciuto per 22 anni, e prego affinché sia l'ultimo soldato a cadere", ha detto il padre.

Tre ore più tardi, Lutfia Jumaa ha iniziato il suo allenamento quotidiano. Fra le possibili speranze olimpiche in vista di Sidney 2000 o di Atene 2004, sarà bene prendere in considerazione anche lei.

Solo nell'ottobre del 1992, dopo le Olimpiadi di Barcellona, Lutfia cominciò ad allenarsi. Da allora è stata sconfitta una sola volta nelle categorie giovanili (fino a 19 anni).

Meno di un mese dopo la morte del fratello, ha rappresentato Israele ai campionati mondiali scolastici di corsa campestre disputatisi a Istambul, classificandosi al 54esimo posto su 240 concorrenti, in maggioranza più grandi di lei di un anno o due.

Venerdì scorso a Tel Aviv, correndo scalza come sua abitudine, si è aggiudicata agevolmente la gara competitiva sulla distanza di 6 chilometri, appendice della Maratona di Tel Aviv. Può già vantare 14 titoli israeliani giovanili (in pista e nella corsa campestre), due primati israeliani in pista nella categoria fino a 17 anni (nei 5000 e nei 10.000 metri) ed ha enormi potenzialità. Nella mezza maratona di Gerusalemme ha vinto nella categoria fino a 19 anni. "Se mi seguirà fino in fondo, fra una decina d'anni sarà un'atleta di valore mondiale. Quando dico 'seguirmi fino in fondo' intendo fra l'altro che non si sposi", afferma il suo allenatore, Antonio Santori, giunto in Israele venticinque anni or sono da Rieti, Italia. Stabilitosi nel nord, al kibbutz Eilon e poi ad Adamit, Santori cominciò a valorizzare atleti regionali, nel distretto di Mate Asher.

Arab-El-Aramshe è un villaggio di 1100 anime. Molti giovani del villaggio si sono arruolati come volontari nell'esercito; Machmud è stato il primo di loro a cadere. Dopo tre anni di servizio nei ranghi delle guardie di frontiera, aveva deciso di intraprendere la carriera, firmando un contratto da esploratore militare. È rimasto ucciso con altri tre soldati il 4 marzo di quest'anno, saltando su un ordigno posto a lato della strada, mentre inseguiva dei terroristi che avevano aperto il fuoco su un veicolo militare nei pressi dell'insediamento di Margaliot, in Galilea.


 

Quando i soldati sono venuti al villaggio per annunciare la tragedia, Lutfia dormiva. "Ho sentito mia sorella che gridava", ci ha raccontato l'altro ieri in un ebraico fluente. "Ero molto legata a lui, e non potevo credere che fosse morto. Solo quando hanno portato la salma al villaggio, ho realizzato quanto era successo".

Provi rabbia nei confronti di qualcuno?

"Non sono arrabbiata con l'esercito, ce l'ho solo con gli arabi libanesi. Quelli del Hisballah che l'hanno ucciso. Ho intenzione di arruolarmi anch'io nell'esercito, ma vedremo cosa diranno i genitori. Voglio fare la combattente".

Hatab, uno dei fratelli, presta servizio nelle guardie di frontiera. Un altro fratello, Lapi (24), ha richiesto anch'egli di arruolarsi, dopo la morte del fratello: "La morte di Machmud è stata uno schiaffo in faccia a tutto il villaggio. Per tre giorni nessuno è andato a lavorare. Nessuno voleva credere a quanto era successo. Sui giovani del villaggio l'effetto è stato contrario. Ora tutti vogliono arruolarsi".

Quando chiediamo al padre quanti figli ha, la sua risposta è:"15 meno uno. Ora sono rimasti sette maschi e sette femmine". Il padre, Said, è impiegato da trent'anni nel reparto costruzioni del kibbutz Eilon. I figli lavorano nello stabilimento regionale. La capofamiglia è Fuda, nonna di Said. Si dice che abbia più di 125 anni. Uno dei suoi generi sostiene che la cifra è un po' esagerata. Il giorno del funerale di Machmud, l'anziana donna ha percorso il sentiero lastricato che conduce alla tomba, poco meno di un chilometro, con le proprie gambe.

Il presidente, Ezer Weizman, e diversi parlamentari sono venuti a porgere le condoglianze. "Eravamo increduli. È venuta a confortarci gente che non conoscevamo affatto, ci hanno chiamato, incoraggiato. Siamo rimasti molto toccati. Vogliamo esprimere la nostra gratitudine", hanno detto i fratelli.

Il villaggio non è stato risparmiato dalle salve di razzi Katiusha. Un razzo è caduto sul campo di calcio, un altro a un centinaio di metri dalla casa dei Jumaa. I bambini sono stati sfollati a Tel Aviv. Santori già in precedenza aveva tentato di convincere Lutfia a trasferirsi, finché si protraeva l'operazione condotta in Libano dall'esercito, nel villaggio di Nujidath in Bassa Galilea, dove è solita allenarsi in compagnia di altre atlete arabe. Lutfia aveva rifiutato, preferendo rimanere con la famiglia. La caduta del razzo però ha cambiato il suo atteggiamento. Santori, giunto a casa sua, l'ha trovata con la borsa già pronta. È tornata a casa solo alla vigilia del Giorno della Memoria.

"Sono molto legata alla famiglia", ha detto. A differenza delle altre ragazze, lei non si occupa di lavori domestici. I famigliari hanno accettato la sua decisione di dedicarsi alla corsa. "Anche quando va a visitare la sorella, all'altro capo del villaggio, ci va di corsa. Non è in grado di leggere un libro standosene seduta tranquillamente, deve aggirarsi continuamente per la stanza con il libro aperto in mano" ci racconta un fratello.

La giornata di Lutfia comincia alle 7 del mattino; prima va a scuola (frequenta la prima liceo presso l'istituto di Cfar Danon), poi nel pomeriggio si allena, per tornare a casa solo alle 7 di sera.

Hai altri svaghi oltre alla corsa? Cinema? Musica?

No. Anche la televisione la guardo solo quando gioca il Maccabi Haifa, o se viene trasmessa una gara di atletica. Mi piace particolarmente il calciatore Haim Revivo, e vorrei incontrarlo".

Quali sono le tue ambizioni per il futuro?

"Fra tre anni forse correrò una maratona. Per il momento sono in grado di concludere solo una mezza maratona. Vorrei regalare al mio Paese medaglie e tanto onore".

Perché corri a piedi nudi?

"Le scarpe mi pesano. Mi rallentano la corsa di trenta secondi al chilometro. Una volta Antonio mi costrinse a correre con le scarpe. Dopo tre chilometri i piedi cominciarono a farmi male. Scaraventai le scarpe fra gli alberi e continuai a correre scalza".

Il suo record sui 10.000 metri è di 40 minuti e 35 secondi. Dopodomani, fra l'altro, si cimenterà sui 5000 metri sulla pista di Hadar Yosef.

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Di Gian Pietro Bottà e Antonio Santori

 

Per le Strade di Hebron

 

"La Corsa", Agosto 1999, No. 114

 

La Temporary International Presence in the city of Hebron (TIPH) è una missione internazionale di osservazione che opera dal 1994 nella città di Hebron, a seguito del massacro di 29 palestinesi operato il 25 febbraio di qell'anno per mano di un colono ebreo, che aprì il fuoco all'interno della Tomba dei Patriarchi, dove i palestinesi erano riuniti in preghiera. La condanna del Consiglio do Sicurezza dell' ONU, che chiedeva misura idonee per garantire la sicurezza e la tutela dei palestinesi nei territori occupati attraverso la presenza di osservatori internazionali, e l'accordo di Oslo del 28 settembre 1995 portarono alla divisione della città in due parti. L'area H1,corrispondete all'80%, fu posta sotto il totale controllo palestinese, mentre nella parte restante, abitata da 15.000 palestinesi e 400 coloni ebrei, gli israeliani hanno mantenuto la responsabilità della sicurezza con il dispiegamento di 2000 soldati.

 

La missione – il cui compito principale consiste nel monitorare la vita quotidiana ad Hebron, con particolare attenzione a incidenti e violazioni dei diritti umani – è formata da sei Paesi, tra cui l'Italia. Il nostro contingente, agli ordini del colonnello dei Carabinieri Renato Scuzzarello, è composto da 24 carabinieri, un ufficiale dell'esercito e dieci della CRI. Le attività della TIPH tendono tuttavia anche a favorire la stabilità e un ambiente idoneo al miglioramento del benessere e dello sviluppo economico dei palestinesi di Hebron. In patricolare, la divisione Relazioni Esterne, dove opera il nostro Capitano Albore quale responsabile delle attività sportive, ha l'obiettivo di iniziare e sostenere quelle attività che possono aiutare a normalizzare la vita quotidiana degli hebroniti.

 

Ecco perché la realizzazione di un evento sportivo sulle stesse strade ove in passato sono consumati cruenti scontri ha costituito un messaggio importante di cambiamento. Nasce infatte così la "Maratona dell'Amicizia" per le vie di Hebron, una delle più grandi città palestinesi e, allo stesso tempo, luogo di pellegrinaggio per musulmani, ebrei e cristiani, visto che secondo la Bibbia sono lì sepolti i Patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe). Si legge in continuazione di atti di terrorismo, ma difficilmente si vedono immagini come quelle che sono state offerte dalla maratona: momenti di vita quotidiana e di tranquille relazioni personali, sentimenti che vanno al di là dell'odio e della rabbia consueti e che possono insegnare la strada della pacifica convivenza.

 

La "Maratona dell'Amicizia" ha suscitato grande interesse e non solo per la partecipazione dell'ex-olimpionico italiano Alberto Cova, ma anche e soprattuto per il numero degli iscritti, che ha raggiunto le 2000 unità, tra cui oltra 200 donne e un piccolo gruppo di disabili, elemento di grande novità per una città molto conservatrice e tradizionalista. Tra I partecipanti, soprattutto gli aderenti ad associazioni sportive, università, scuole, organizzazioni governative e associazioni di volontariato provenienti da diverse città della Cisgiordania, che hanno così qualificato l'evento non solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello sociale.

 


Antonio Santori con Alberto Cova (1984)

 

Lo sforzo organizzativo è stato notevole, trattandosi del primo del genere e ha coinvolto ogni componente della missione: dal medico alle crocerossine per il servizio sanitario, dall'ufficiale addetto al rapporti con la stampa per la diffusione dell'evento, alla funzionaria alle P.R. per la promozione dell'immagine della missione, all'addetto alle attività sportive in qualità di coordinatore dell'intera manifestazione. Ma la presenza del Console Generale d'Italia e di una rappresentanza ministeriale palestinese, nonchè il risalto dato dalle  più importanti agenzie de stampa e dai canali televisivi satellitari occidentali, fa ben sapere per il futuro dell'iniziativa. Ci auguriamo pertanto che essa venga riproposta anche l'anno prossimo, nel fatico 2000, a che si possa chiamare "Maratona della Pace". Sarebe il miglior auspicio per il nuovo millennio alle porte.

 

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Nir Yahalom

 

 "Le azioni che ho compiuto lasceranno una traccia"

 

Antonio Santori, un ardente marxista, continua a cercare campioni di atletica fra i rifiuti della società israeliana

Haaretz  13/1/2002

 

Alfredo Foss traduce dall'Ebraico

 

Dopo trent'anni, Antonio Santori sciorina un ebraico fluente, e solo quando deve imprecare lo fa in italiano: "Non smetto di essere ottimista, nonostante tutti i problemi nei quali mi imbatto. Perché? Perché è il mio carattere – o sei ottimista o sei pessimista. Ho quasi 56 anni, è troppo tardi per mollare".

 

Sul tavolo è appoggiato un vecchio giornale. Un numero del Corriere della Sera del 1953, che annuncia la morte di Josef Stalin. La casa è particolarmente scarna. È ammobiliata in modo semplice e confuso. Sullo stipite della porta della cucina vengono aggiornate le altezze dei componenti della famiglia. La casa è anche ricca. Su scaffali improvvisati un po' in ogni dove, pure in gabinetto, sono appoggiati circa 3000 libri. Una ventina trattano della Juventus; vi compaiono tutte le reti segnate dalle 'zebbre' dal 1900 in poi. 2000 sono libri di storia e di atletica. Il televisore è un miracolo tecnologico: capta solo l'Italia, la Francia e la Spagna. Per vedere il primo e il secondo canale israeliani bisogna andare dai vicini.

 

Ci troviamo nell'insediamento di Granot Hagalil, nella Galilea occidentale, giusto nel mirino degli uomini del Hisballah. I mille libri che non trattano argomenti storici o relativi alla Juve si occupano di atletica leggera, il mestiere che Antonio Santori  svolge da 25 anni. Con il loro ausilio ha prodotto 62 campioni israeliani, nelle categorie giovanili.

 

Antonio ci racconta la sua strana storia. Il nonno paterno era un fiero comunista, finché Mussolini non lo spedì in carcere. Il padre di Antonio, nonostante fosse cattolico, non abbandonò la fede comunista. Durante la seconda guerra mondiale si unì ai partigiani comunisti sulle montagne, dove incontrò una giovane maestra albanese di religione musulmana, con la quale si sposò. Nacquero un figlio e una figlia. Il figlio maschio, Antonio, nacque nel 1945 a Rieti.

 

Dopo un'infanzia pregna di comunismo e 162 lanci di paracadute nelle file dell'esercito italiano, Santori girovagò zaino in spalla per l'Europa, partecipando alla rivolta studentesca verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1970, incontrò a Istanbul due italiani reduci da un viaggio in Israele. Gli parlarono del kibbutz, e subito gli si illuminarono gli occhi.

 

Santori frequentò un corso di ebraico al kibbutz Ruhama e nel volgere di sei mesi si unì a un nucleo di idealisti, quasi tutti provenienti dall'estero, che si era incaricato di fondare il kibbutz Admit, al confine settentrionale del paese. Al cospetto di un paesaggio mozzafiato, Antonio sentì di aver trovato ciò che cercava. Si affezionò talmente al posto che allo scoppio della Guerra di Kippour, si unì a un'unità di arteglieria transitata nelle vicinanze, come mortaista. Fu certamente l'unico soldato ad aver combattuto in quella guerra con un numero di matricola dell'esercito italiano.

 

A metà degli anni Settanta, il kibbutz mandò Antonio a lavorare come tornitore nello stabilimento di un altro kibbutz, Eilon. I dieci chilometri di strada che lo separavano dallo stabilimento, Antonio li percorreva ogni giorno di corsa, per mantenersi in forma. Il percorso transitava nei pressi del villaggio beduino di Arab-El-Aramshe. Per i bambini del posto, Antonio divenne un'attrazione. Non dovette passare molto tempo perché si unissero a lui nella corsa. "Non avevano niente, venivano a correre per vincere la noia. Diversi anni dopo, uno di loro mi ha detto: 'Antonio, venivamo alle gare per le merende pomeridiane che ci davi".  Da cosa nasce cosa, un circolo podistico fu creato e Antonio andò a frequentare il corso per allenatori di Wingate.

 

Nel 1981 Santori fondò la società di atletica Sulam Tzor. I ragazzi di Arab-El-Aramshe smisero di venire, e il loro posto fu preso dai giovani dei kibbutz e dei villaggi cooperativi. Dopo alcuni anni di successi, Antonio ricucì il suo rapporto con Arab-El-Aramshe. Furono le ragazze beduine del villaggio a portargli i maggiori successi come allenatore di atletica, grazie ai quali si guadagnò la reputazione di tecnico di successo. Una reputazione di cui gode ancor oggi in Italia, e che gli vale numerosi inviti alle gare per i suoi atleti.

 

La sua migliore atleta è stata Lutfia Jumaa. Antonio racconta con nostalgia come gareggiasse sempre a piedi nudi, irriguardosa del fondo stradale, fosse esso quello bituminoso di Tel Aviv o il manto nevoso di un tracciato italiano. Lutfia detiene ancora oggi il primato israeliano juniores di mezza maratona e 10.000 metri, ma è riuscita anche nell'impresa di spezzare il cuore al suo allenatore. A 17 anni, con già in tasca dieci titoli israeliani, decise di ritirarsi. "Suo padre mi disse che l'avrebbe picchiata se non fosse tornata alle corse," – dice Santori – "ma sono contrario alle suppliche. Aveva tutto per riuscire, ma ha fatto una scelta diversa".

 


Antonio Santori with Arab & Jewish adult and children runners of  his "Marathon Club Solam Tzor"

 

Sulam Tzor, il sodalizio fondato da Santori, verso la fine degli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta, ha avuto un'importanza che va al di là dei successi sportivi. Ha rappresentato un esperimento di convivenza fra gli atleti arabi di Arab-El-Aramshe e Buayna Nujidath e gli ebrei dei kibbutz e dei villaggi cooperativi. "Lo sport è il metodo migliore per raggiungere una pacifica convivenza. Da me, un ebreo o un arabo, un maschio o una femmina, un bianco o un nero, si prendono tutti le stesse strigliate. Uno dei miei migliori atleti, Ilan Benvenisti del kibbutz Parod, ogni giorno prendeva l'autobus da Carmiel a Naharia insieme agli arabi. Un giorno mi disse che non sopportava il loro odore. L'ho immediatamente sospeso dalla squadra e l'ho costretto, in presenza del padre, a scusarsi di fronte ai compagni, che non sapevano nulla di questa storia. A dimostrazione che lo sport è il metodo migliore per fare la pace".

 

Antonio sposò una ragazza del kibbutz Eilon. Una donna di cui oggi si rifiuta di pronunciare il nome, preferendo sostituirlo con una parolaccia di quelle toste in arabo. Nel 1987 adottarono Naama, una bimba brasiliana di 18 giorni. Due anni più tardi fu la volta di Maya, sorella biologica di Naama. Antonio rimase assai male per il rifiuto del kibbutz Adamit di aiutarlo nelle pratiche della seconda adozione, e nel giro di pochi mesi prese la famiglia e si trasferì a Granot Hagalil. Santori serba un profondo rancore nei confronti del kibbutz, i cui membri lo ricordano come una persona convinta che tutto debba svolgersi secondo i dettami della dottrina marxista.

 

Il tempo, a quanto pare, non ha rimarginato le ferite: "Fino ad oggi maledico il giorno in cui mi sono trasferito a Granot. Il mio cuore è rimasto lì, ad Adamit. Nel 1989 sono successe due cose terribili per me: ho lasciato Adamit ed è crollato il muro di Berlino. E lascio a lei decidere quale dei due è stato per me l'evento centrale e quale quello marginale". Due anni fa si è sfasciato pure il nucleo famigliare. "Mia moglie mi propose di comprare le bambine per 20.000 dollari. Chiesi i soldi a mia sorella, che è proprietaria di tre stazioni di servizio in Italia. Qui in Israele lavoro a turni in una stazione di servizio e guadagno a malapena 3.500 shekel al mese".

 

Le figlie sono sempre al centro della sua vita. Quando tornano a casa dal kibbutz Eilon, dove studiano, indottrinate dall'educazione israeliana, ci pensa Antonio a mettere i puntini sulle i: "A scuola studiano il caso Dreyfuss. Si può dire tutto il male possible dei francesi, ma ho chiesto loro cosa si dovrebbe dire dei Rosemberg, che gli americani hanno mandato a morire senza motivo? A scuola è vietato parlare male degli americani, perché sono loro che finanziano il paese. Chi ha sterminato gli indiani?"

 

Negli ultimi anni la vita in Israele si è trasformata in lotta per la sopravvivenza. Il sostegno economico alla società è diminuito e Santori ha preso a lottare contro il Consiglio regionale e il suo presidente, Yehuda Shavit, al quale appioppa un nomignolo tutt'altro che simpatico. Tre mesi fa, è stato interrotto l'impiego di Antonio presso il centro ricreativo del Consiglio regionale perché economicamente non redditizio. Avi Chazuel, direttore del centro ricreativo, che apprezza l'operato di Santori, ci dice: "Antonio non è riuscito a soddisfare il criterio minimo previsto – 10 iscritti al circolo – e pertanto siamo stati costretti a concludere il rapporto di lavoro con lui".

 

Ma come si confà a un vero capitano, Santori si rifiuta di lasciare che la barca affondi senza lottare. Continua ad allenare la squadra di atletica di tasca sua, seguendo i suoi allievi negli allenamenti con la sua automobile privata, percorrendo centinaia di chilometri alla settimana.

 

* Per quale motivo ti trovi qui in Israele e non in Italia, dove godi di grande stima e vieni invitato alle gare?

"Credo che si debba investire nei luoghi più disagiati. L'Italia ha vinto così tante medaglie olimpiche, che se dovessi aggiungerne un'altra non farei che impinguare un'arida statistica. Se posso contribuire a far progredire qualcuno qui in Israele, faccio una cosa molto più utile".

Il 2001 è stato un anno maledetto, cominciato con un incidente stradale a gennaio, proseguito con il licenziamento, e conclusosi con la morte della madre, il mese scorso.

 

* Come si vive con 3.000 shekel al mese?

"Vivo come uno spiantato, mi arrampico sugli specchi per sbarcare il lunario. Sono un mago, uno che sopravvive. Non spendo praticamente nulla, raschiando sempre il fondo del barile. Non controllo nemmeno quanto mi costa un mese di allenamento. È una perdita annunciata, soprattutto in tempo e benzina. E anche le mie conoscienze professionali dovrebbero essere retribuite".

 

Sei atleti del Sulam Tzor hanno smesso recentemente e Antonio è consapevole che non tarderà a venire il giorno in cui dovrà chiedere dei soldi ai suoi allievi. È alla ricerca di nuovo materiale umano per realizzare il suo sogno, cercando nel contempo di convincere i ragazzi di Arab-El-Aramshe a tornare alle corse. Muhamad Mazal ha corso per Antonio una ventina d'anni orsono. Ricorda con particolare simpatia l'operato di Santori per la convivenza fra arabi ed ebrei. In un periodo in cui piovono i razzi Katiusha e in qualità di direttore del centro ricreativo locale, Muhamad fa del suo meglio: "Un tempo, l'atletica era l'unico svago. I bambini di oggi giocano a calcio e frequentano altri circoli, come quello di nuoto o di musica. Il villaggio riceve finanziamenti come discriminazione positiva e spero che entro un paio di mesi si possa aprire un nuovo circolo podistico con Antonio".

 

La ricerca di materia prima su cui lavorare ha condotto Santori alle porte della scuola Manof, per ragazzi drogati. Se gli verrà data l'opportunità, Antonio promette di portare un ex drogato alla conquista del titolo israeliano. E se dovesse riuscirci, spunterà sicuramente un parlamentare pronto ad offrirgli dei soldi, pur di sfruttarne l'immagine a fini elettorali.

 

Sono passati solo tre giorni dall'inizio del 2002 e la ruota comincia finalmente a girare nel verso giusto. Jessica Misonishkin, 19 anni, del kibbutz Cabri, nella Maratona di Tiberiade ha stabilito il nuovo record juniores della specialità, cancellando il leggendario primato di Mazal Shalom del 1978. "Non conosco il significato della parola 'arrendersi'. Per tutta la vita ho lottato contro i mulini a vento e non mi stancherò mai di farlo. All'altro mondo ci andiamo tutti nudi, e non ha importanza se eravamo ricchi o poveri. Quello che rimane sono le azioni, e le azioni che ho compiuto lasceranno una traccia".   

 

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Giorgio Lacchin

 

Storia di Antonio, l'allenatore dei beduini

 

"L'Adige" 8-7-2003

 

Sul Bondone c'erano anche gli atleti d'Israele guidati da un umbro che ha vissuto 20 anni in kibbutz

TRENTO.

 

"É  una storia interessante, la mia…"

 

L'ho cercato per questo, senno…

"Mi chiamo Antonio Santori, vengo dall'Umbria, ma vivo in Israele da 32 anni".

 

Complimenti!

"Sono il responsabile della federazione israeliana di atletica leggera."

 

Complimenti doppi!

Ho vissuto per vent'anni in un Kibbutz al confine col Libano, in una comunità dove ognuno dà secondo le proprie possibilità e riceve secondo i proprie bisogni, per farla breve. Ma adesso non sto in un villaggio".

 

E cosa fa?

"Preparo i giovani che vogliono cominciare a correre; a fare sport".

 

E ne arrivano?

In tutti questi anni ne sono arrivati tanti. Di confessione ebraica e di confessione musulmana. In particolare beduini, perché vicino al mio kibbutz c'era un villagio di beduini; ché adesso, loro, sono stanziali".

 

Ebrei e musulmani: è difficile?

"Il punto é proprio questo: lo cerco do portare avanti un discorso di convivenza e rispetto fra confessioni e nazionalità.

 

E ci riesce?

"Quando David urla: forze Mohamed!, fatti coraggio, e quando Mohamed gli risponde: dai David!, che sennò ti raggiungono!, ecco in quel momento lo credo do aver adempiuto al mio compito".

 

Giusto.

"Si, penso di esserci riuscito. E poi ospito nella mia casa arabi, e poi ebrei; quando posso, insomma. Perché sa cosa mi piace dire? Che gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio… e davanti ad Antonio".

 

É bravo Antonio! Ma arrivano anche i risultati tecnici oppure no?

"Una cinquantina fra quelli che ho allenato sono diventati campioni d'israele".

 

Niente male.

"Nel 1985 ho portato al titolo del cross una ragazza araba. Mai un'araba aveva vinto il titolo: e non dico nel cross, ma in qualsiasi sport! E nel 1988 un'araba del mio gruppo – una musulmana – ha vinto la maratona. E le assicuro che dal burka al pantaloncini corti c'è una lunga strada da percorrere. Anche difficile; Irta di ostacoli".

 

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Beloved daughters, from left to right: Maia & Naama

 

 


Antonio with Naama, an officer in the IDF

 

Giorgio Pogliano

 

La lunga corsa di Antonio da parà a coach per portare in pista beduine e musulmane

 

Publicato dalla rivista "E Polis Roma", 31.1.2007

 

Il paessaggio è magnifico: colline verdi ombreggiate da file di cipressi neri con il mare sullo sfondo. Sembra di essere in Toscana e invece siamo nella Galilea occidentale: abbiamo passato da poco le rovine di un castello crociato del XII e il filo spinato davanti a noi segna il confine tra Israele e il Libano. Cinque mesi fa qui piovevano i razzi katiuscia delle milizie Hezbollah, ma un bosco bruciacchiato qua e là e alcuni rattoppi sull'asfalto sono gli unici segni evidenti dell'ultima e recentissima guerra.

 

Con me c'è Antonio, che di guerra se ne intende. E' un uomo basso, tarchiato, in carne, con una coda do cavallo grigio-bianca anni sessanta e un paio di baffi formidabili, da moschettiere. E'di Rieti, di padre umbro e madre albanese. Non è ebreo e non ha mai preso la cittadinanza israeliana, pur vivendo qui dai 1970. Vive da pioniere sionista in un luogo di frontiera e si dice "ancora comunista", soprattutto perché gli spezzerebbe il cuore dare un dispiacere postumo ai suoi genitori, che lo erano già. E' Antonio Santori, uno degli ultimi sognatori romantici, sicuramente l'ultimo dei garibaldini.

 

Come è arivato qui? In autostop. Anzi, in autostop fina a Istanbul e poi lavorando da mozzo su una nave per Haifa. Gli interessava il kibbutz, il communismo applicato "dove ognuno dà secondo le proprie possibilità e riceve secondo i propri bisogni".

 

Il primo kibbutz di Antonio non è qui in Galilea ma a sud, nel deserto del Neghev, agli inizi degli anni settanta. Ma il 6 ottobre 1973, nel giomo dello Yom Kippur, si scatena l'inferno: Egitto e Siria invadono Israele da sud e da nord, protette da una fitta rete di missili sovietici. La reazione è caotica ma nei giorni che seguono Israele reagisce e trionfa su entrambi i fronti. Antonio "approfitta" del caos iniziale per darsi volontario, forte di un servizio militare italiano non esattamente da imboscato: paracadutista, divisione Folgore. Alla prima azione di combattimento si rivela per tutt'altro che un novellino. I commilitoni lo notano, i superiori scoprono il trucco, ne ridono e - con pragmatismo da terra di frontiera - lo sistemano con un colpo di penna: arruolato e utile anche per le guerre future. Alle quali infatti prende parte. "Due giorni dopo la vittoria ai mondiali di Spagna, nel 1982, mi trovavo con il mio reparto alla periferia di Beirut vicino all'aeroporto. E' sempre quando vince l'ltalia che tocca combattere - scherza - anche quest'anno infatti..."     

 

Entriamo in un villaggio beduino recintato, proprio qui sul confine. Cerco invano it nome sulla carta. "Non lo trovi - dice Antonio con una nota di amarezza - ma si chiama Arab El ­Aramshe. E che non sia sulla carta non è giusto, scrivilo! Qui vivono 1200 beduini e almeno 80-100 di loro sono volontari nell'esercito israeliano. Sono scout, leggono le orme sui terreno. E sono bravi, ma poco apprezzati da queste parti". Antonio qui è di casa. Per i beduini è una leggenda come per gli ebrei israelani. Responsabile della sicurezza del kibbutz che ha contribuito a rifondare - lo storico kibbutz Adamit, ultimo avamposto israeliano in Galilea occidentale - negli anni verdi si teneva in forma correndo lungo un percorso di quattordici chilometri che sfiorava anche il villaggio. I ragazzi del luogo gli correvano dietro, un po' per gioco e un po' per scherno come tutti i ragazzi del mondo. Ma in fondo al gioco e nonostante lo scherno c'era l'innato e irrefrenabile desiderio di correre. Antonio questo desiderio lo conosce, lo capisce, lo condivide. E dalla condivisione ha tratto lo spunto per una missione di vita: allenare ragazzi e ragazze a correre, a vincere, a rispettarsi nello sport. Ragazzi e ragazze arabi ed ebrei. Per far meglio ha trequentato la scuola per allenatori e ha letto tutto lo scibile sull'argomento corsa. Dalla sua scuola sono usciti alcuni dei migliori atleti israeliani (arabi ed ebrei) degli ultimi vent'anni.

 

Non è facile convincere il padre musulmano e osservante di un'atleta beduina a lasciarla correre in maglietta e pantaloncini. Ma il grande cuore di Antonio si riempie d'orgoglio quando ricorda la volta che chiese al padre di una giovane e beduinissima promessa dell'atletica di lasciarla viaggiare all'estero, a Parigi! "Con te - rispose il padre - anche all'inferno".

 

 

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Last updated October 14th 2010 (first posted August 2005)

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